IL RAPPORTO TRA YOGA, EGO, INSEGNANTE E PRATICANTE
- Fabio - My Personal Yoga
- 1 ott 2016
- Tempo di lettura: 3 min

L'Ego può definirsi come una struttura psichica che permette di differenziarsi da ciò che si avverte come "esterno". Questa differenziazione permette di agire, sentendo tutto ciò che è "mio" e che "mi" appartiene, in contrapposizione a tutto ciò che, a me esterno, invece viene rilevato come appartenente ad altri, e molto spesso registrato come antagonista. L'Ego permette quindi di sopravvivere all’ostilità dell’ambiente “esterno”. Tanto più ostile viene percepito l’esterno, tanto più l’Ego dovrà ergersi a sua stessa protezione, condannandosi a diventare sempre più ingombrante. La società occidentale ha imposto spesso modelli di Ego estremamente sviluppato e talmente ingombrante da non lasciare spazio a null'altro, tanto da poter quasi affermare che esista il culto dell'Ego. Al contrario sappiamo che scopo della filosofia Yoga è giungere all'unione tra Ego e Sé grazie ad una inevitabile ”eliminazione” dell'Ego. La domanda che mi sono posto è quindi se, con la pratica dello Yoga, sia veramente possibile o auspicabile eliminare l'Ego, vivendo comunque nella società occidentale? La risposta che mi sono dato è no. Vivere nel mondo reale, e in particolare in quello occidentale, ed eliminare l’Ego sono di fatto due situazioni incompatibili. La soluzione è nell'equilibrio. Per vivere la quotidianità con maggiore gioia e felicità occorre sicuramente ridurre, ma non eliminare, il proprio Ego, e ciò può avvenire dando maggiore spazio all’ “altro” inteso come qualsiasi manifestazione della vita esteriore nel mio mondo interno. Se riduco l'Ego, do spazio all'Essere che c'è in me, alla mia essenza. E faccio emergere qualcosa di estremamente prezioso; le ricchezze che io stesso scopro riducono lo spazio di cui l’Ego si appropria. Detto questo, nella pratica dello Yoga il problema “Ego” può manifestarsi sia nell’allievo che nell’insegnate, che per qualunque ragione, non riescano, anche momentaneamente, a gestirne la riduzione. Quando nell’allievo prevale l’Ego, la ricerca della perfezione o l’ansia della prestazione prendono il posto dell’auto ascolto degli effetti della pratica sulla propria mente e sul proprio corpo. La lezione si trasforma in una fiera della vanità con gli occhi che cercano il vicino per vedere come esegue la sua asana o lo specchio per contemplare la propria figura plastica. L’allievo dimentica lo scopo e alla lunga può abbandonare la pratica in preda all’insicurezza e alla delusione. O, viceversa, è tanto forte, auto-imposta e poco naturale la ricerca dell’ ”unione” che si verifica il paradosso dell’Ego che, invece di ridursi, tende ad assorbire il Sé, prevale e lo sostituisce. L'insegnante che facesse prevalere il suo Ego giungerebbe col tempo a farsi schiavizzare dalla sua immagine e dalla volontà di essere percepito dalla sua classe come il “deus ex machina”, l’ ”Irraggiungibile”. L'Ego vincerebbe sullo Yoga. Si verificherebbe una situazione grave nello stesso tempo per l’insegnante e per i suoi allievi: il primo finirebbe per perdere lo scopo dell’insegnamento, cioè la tradizione dei principi e la testimonianza della sua esperienza yogica, gli altri percepirebbero, e attiverebbero di conseguenza, un’intenzione deviata rispetto alla giusta pratica dello Yoga, rischiando di travisarne il vero scopo. Se l'insegnante eseguisse gesti bellissimi ma vuoti in quanto incentrati unicamente sulla soddisfazione del proprio Ego, gli allievi diverrebbero semplici esecutori, incapaci di cogliere l’effetto complessivo di un asana sulla loro mente e sul loro corpo, e maturerebbero, lezione dopo lezione, un sentimento di inferiorità davanti alla capacità del loro “maestro”. Sarebbero quindi tentati dall’abbandono del cammino. Cosa fare dunque quando si realizza che l’Ego ha preso il sopravvento? Mi rispondo con una domanda: ho un frutto e lo voglio mangiare; per metà è marcio. Lo devo mangiare tutto per forza? L’insegnante che abbia nella sua classe un allievo dall’Ego prevalente lo lascerà praticare nel suo errore, sempre che ciò non disturbi lo svolgimento della lezione, perché l’insegnamento viene donato a se stessi e alla classe, non ai singoli individui che la compongono. Sarà il tempo a fare il resto; l’allievo dall’Ego prevalente abbandonerà o, come auspicabile, acquisterà consapevolezza del suo errore e proseguirà sulla giusta via. E se è l’insegnante a proporre un Ego prevalente? L’allievo che pratica con la giusta intenzione se percepisce forti avvisaglie di Ego da parte dell'insegnante non dovrà abbandonare le sue lezioni. Interpreterà invece la sua sensazione come un segnale positivo della conoscenza del proprio cammino e metterà alla prova la propria consapevolezza, discernendo quanto di valido si possa prendere e quanto si debba invece lasciare indietro, perché estraneo all'essenza dell'insegnamento.