BADDHA VIRABHADRASANA - L'UMILTÀ DEL GUERRIERO
- Fabio - My Personal Yoga
- 2 gen 2017
- Tempo di lettura: 2 min

Baddha Virabhadrasana é la posizione del guerriero umile e devoto.
Praticare Yoga é accettare che ogni giorno sia un nuovo inizio e che la pratica stessa sia il riflesso del profondo oceano di consapevolezza interiore che esiste sotto la sua superficie. In questo asana, a differenza di Virabhadrasana I, II, e III, il nostro sguardo non si rivolge lontano o al cielo, ma si porta con umiltà verso l'interno per attivare un momento di introspezione.
Le parole "umile" e "guerriero" possono sembrare una contraddizione, ma solo attraverso l'umiltà possiamo veramente conoscere noi stessi e solo con la forza ed il coraggio del guerriero possiamo percorrere la via dell'unione.
Inchinarsi in questa posizione di apertura del cuore, delle spalle e delle anche significa credere in questo asana, arrendersi, abbandonare ogni bisogno di aggrapparsi o di avere il controllo. E allora si può sperimentare la sensazione di galleggiare, liberandoci dagli effetti della forza di gravità che vuole trascinarci verso il basso se gli resistiamo.
Baddha Virabhadrasana, il Guerriero Umile, ci insegna ad avere rispetto e onorare questa forza potente e a trarre insegnamento da essa.
Chi era Virabhadra? Gli antichi testi vedici narrano che re Daksha aveva una splendida figlia di nome Sati. Ella si innamorò e sposò il dio Shiva, creatore dello Yoga e dio della consapevolezza. Al padre di Sati in realtà non piaceva Shiva e quando un giorno organizzò una festa sontuosa non lo invitò.
Sati presa dalla rabbia e dalla disperazione si gettò nelle fiamme e si lasciò bruciare. Shiva decise quindi di vendicarsi: scagliò una ciocca dei suoi lunghi capelli sulla terra e creò il guerriero superumano Virabhadra, a cui ordinò di dirigere il suo esercito contro Daksha e di ucciderlo. Virabhadra tagliò la testa al re Daksha e Sati venne riportata in vita. Accortasi del padre morto, Sati chiese al marito Shiva di ridargli la vita. Shiva compassionevole acconsentì, cercò la testa di un animale e trovatane una di un montone ridiede vita a Daksha. Dal punto di vista metaforico Daksha rappresenta dunque l'Ego, il re del nostro regno. Sati simboleggia il cuore, che si innamora, e quindi è totalmente proteso verso il Sé più alto, lo spirito, Shiva. La battaglia è quella del nostro Io interiore, la lotta di ogni uomo contro le sue cattive tendenze, contro il falso Sé e Shiva sostituendo in ultimo la testa di Daksha con quella di un animale dimostra come l'Ego non viene totalmente annullato ma spostato ad una più adeguata dimensione.