LO YOGA AL TEMPO DEI SELFIE
- 3 mar 2019
- Tempo di lettura: 4 min

Partiamo da qui, da quanto scritto in Shiva Samhita, cap. 5:.185:
[il saggio yogi]... pratichi ciò in segreto, libero dalla compagnia degli uomini, in un luogo appartato. Per il fine dell'apparenza egli dovrebbe rimanere nella società, ma non dovrebbe avere il suo cuore in essa. Egli non dovrebbe rinunciare ai doveri della sua professione, casta o rango; ma che egli pratichi ciò soltanto come strumento del Signore, senza alcun interesse negli eventi. Facendo così non c'è peccato.”
Che egli pratichi in segreto...
Perché ci facciamo i selfie e li pubblichiamo su Instagram e Facebook? Io non sono giovane, non sono bello, ne tanto meno sono bravo e, fotografandomi, entro in contraddizione con la mia convinzione che il vero Yoga è ciò che non si vede.
Cominciai a fotografare i miei asana durante il primo Teacher Training su invito di una delle mie insegnanti. Serviva, secondo lei, a capire come potevo allinearmi meglio e a vedere il livello di profondità con cui eseguivo la posizione. Lo scopo era potersi così correggere da soli. Il nostro “modello” era niente meno che Iyengar e confesso che è stato, e continua ad esserlo ancora oggi, imbarazzante confrontarsi con il Maestro. Mi è servito tantissimo ed ho continuato regolarmente a fermare la mia posizione nello scatto di una foto imparando così molto anche dalla mia pratica autonoma, svolta senza aver un insegnante vicino a darmi consigli o aggiustamenti.
E poi per gioco iniziai a pubblicare sui social queste foto, a farne di nuove, ad aggiungere dei miei testi o delle citazione alle immagini per approfondire la parte più teorica della disciplina. Ed all’inizio di quest’anno è arrivata l’idea di associare agli asana i Sutra di Patanjali, per impararli meglio io e nello stesso tempo condividerli con tutti, progetto questo che sta andando avanti su Instagram con un paio di Asana ed un paio di Sutra alla settimana.
Anche se con l’intenzione sopra descritta, ammetto di essere entrato in un sistema di comunicazione che da un po’ di tempo ha iniziato a crearmi disagio e, mi permetto di rafforzare il concetto, fastidio.
Se condividiamo il nostro interesse per lo Yoga sui social network non passa giorno che siamo tempestati da decine di immagini di ispirati aspiranti influencer che si svelano al mondo con i loro inarcamenti, le loro inversioni ed i loro equilibrismi estremi.
Ogni giorno il catalogo è ricco di proposte: si va dai Chakorasana nella foresta tropicale ai Kapotasana di coppia tra le antiche mura dei templi indiani, ogni occasione è buona per fotografarsi o farsi fotografare: sei al supermercato? E parte un selfie in Bakasana nel carrello. Sei in viaggio per qualche destinazione esotica? E vai col selfie sul nastro dei bagagli in Sirsasana. Sei in città? Azzarda un selfie sulle strisce pedonali del corso in Titthibasana. E se sei in spiaggia è d’obbligo almeno un Pincha Mayurasana con gli avambracci bagnati dalla risacca. Ma il top è lui… Adho Mukha Vrksasana, la verticale sulle braccia, generalmente riconosciuta come la meta finale di tutti i veri influencer, anche di quelli che pubblicano lo snapshot di un video invece della foto in quanto il tempo in cui riescono a tenere la posizione è più o meno un decimo di secondo e farsi il selfie proprio in quel breve istante è cosa improbabile.
C’è poi il magico mondo dei “challenge”: i selfie quotidiani basati su un tema, tipo “primavera, è tempo di aprire il cuore all’amore universale con i back-bend”. Ogni giorno, l’organizzatore del challenge, dietro al quale gongola lo sponsor, in genere produttore di articoli tecnici da yoga tipo leggins psichedelici in tessuto sintetico o tappetini in materiali pseudo bio da centinaia di euro, condivide un asana con i suoi follower, che a loro volta si fanno il selfie e lo postano. Alla fine del challenge viene scelto il vincitore a cui, se va bene, danno in premio uno dei fantastici e superflui oggetti per la pratica che lo sponsor mette a disposizione dal suo catalogo.
Il vincitore..., di una competizione..., nello Yoga…
Si trovano anche yogi e yogini più evoluti, che non si fermano all’esteriorità dell’asana ma desiderano offrire l’immagine di ciò che è dentro di loro. O meglio sarà dentro di loro… Sono i fotografi alimentari, quelli che ci tengono quotidianamente ben informati su cosa mangeranno. Ho scoperto che si può cucinare con l’amore al posto dell'olio e che esistono tantissime e prima d’ora sconosciute sostanze edibili che non avrei mai immaginato potesse offrirci la natura, prima tra tutte la radice di kuzu. Mi resta ancora il dubbio di cosa possa essere invece il “raviolo bio dinamico”….
E ancora, i tutorial, gli “how to” e gli “if your goal is this” con i relativi i complimenti: “sei bravissima”, “la tua pratica è fantastica”, “sei il modello da seguire” che commentano le foto hashtaggate #yogatutorial , #howtoyoga, #yogaismylife di persone che non conosci direttamente, e per quanto ne sai potrebbero anche ignorare completamente cos’è la Bhagavad Gita o pensare che Patanjali sia solo la marca di una linea di prodotti ayurvedici indiani e di cui ignori completamente il percorso yogico (purtroppo in certi casi sappiamo invece tutto del loro breve percorso sulla “via dello yoga”…).
C’è in tutto ciò una contraddizione profonda con le radici di quella scienza antica 5000 anni che si chiama Yoga. Non è che stiamo nutrendo l’Ego a suon di “like” sotto la cupola di una disciplina finalizzata invece a sopprimerlo? Invece che guardare dentro di noi ed esplorare la profondità del nostro Sé, stiamo al contrario attirando tutte le attenzioni sull’esteriorità, volgarizzando soltanto lo Yoga.
Liberi di farlo, ci mancherebbe, ma per favore non chiamiamo tutto ciò Yoga.


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