PRATICA AVANZATA
- 3 mar 2018
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Nella cultura della competizione e della autorealizzazione in cui viviamo non c’è da meravigliarsi se siamo soliti definire alcune asana come "avanzate" in base a quanto fisicamente difficili da raggiungere o se le lezioni di yoga proposte da tanti centri vengono classificate come “base”, “multilivello” o “avanzate”. Questo può portarci lontano da ciò che distingue lo yoga da altre discipline del “magico” mondo del fitness. L'esperienza energetica interiore della pratica di asana non è così facile da valutare o da comunicare agli altri. Dall'esterno, potrebbe sembrare che riusciamo ad entrare ed a mantenere un asana difficile, suggerendo che siamo praticanti yoga "avanzati", ma la verità interiore può rivelare qualcosa di completamente diverso. Cosa significa veramente avere una pratica avanzata? Forse negli Yoga Sutra c’è la risposta a questa domanda, anche se Patanjali non avrebbe mai immaginato che lo yoga che pratichiamo oggi sarebbe diventato così asana-centrico. Egli menziona specificamente asana in soli tre sutra (II.46-48), ricchi di significato per lo yogi moderno. Il primo, “Sthira sukha asanam”, è stato tradotto in vari modi. Asana è solitamente inteso come "sedile" o "posa", con sukha tradotto come "piacevole" o "confortevole" e sthira come "stabile". L'asana che Patanjali indica è probabilmente la posizione seduta meditativa (la varietà di pose che pratichiamo oggi ha messo le radici nel tardo Ottocento, secoli dopo che i sutra furono compilati), ma questo sutra può applicarsi, a mio avviso, a tutti gli asana. Ovviamente, "stabile" può descrivere sì la stabilità fisica in una posa, ma la stabilità mentale e spirituale sono altrettanto importanti. Man mano che avanziamo nella nostra pratica, raffiniamo i nostri poteri di discernimento, muovendoci verso l'interno, dalla propriocezione (dove il corpo è nello spazio) verso la consapevolezza del respiro, dell’allineamento e dell’esistenza dell’energia sottile. Parlo del trovare quella consapevolezza costante mentre ti muovi attraverso la sequenza, senza che la mente si disperda, il respiro diventi irregolare e l'allineamento solo un opinione. Mantieni la concentrazione mentale, riconosci e gestisci il flusso di energia e in che modo si relaziona con il respiro e l'allineamento in un asana impegnativo, e non stai semplicemente lottando per stare in piedi o seduto con la schiena dritta.
Nel Sutra II.47, "Con il rilassamento dello sforzo e la meditazione sull'Infinito, l'asana viene dominata", Patanjali suggerisce che nel tempo possiamo passare dalla consapevolezza di un punto a una consapevolezza dell'intero campo del corpo-mente-spirito, il visibile e l'invisibile. Un asana stabile non è rigido, né completamente rilasciato. La posa si mantiene e il controllo si sposta dall'esterno verso l'interno, dall’Ego al Se.
Dalla stabilità fisica discende anche l'equanimità. Nel Sutra II.48 è scritto “Da allora in poi, uno è indisturbato dalle dualità", che significa che quando ci stabiliamo in asana, non soggiaciamo alle forze opposte: caldo / freddo, piacere / dolore, gioia / tristezza, ecc. Possiamo sentirci a nostro agio in ogni posa, e questa forza interiore ci aiuta a trovare l'equilibrio non solo sul tappetino ma anche nel mondo esterno. Nei suoi commenti a questi tre sutra, Iyengar affermò che quando un asana viene praticato "correttamente", diventa un ponte tra il mondo interiore e quello esteriore, e che il praticante può sperimentare gli stadi superiori dello yoga - dharana (concentrazione) e dhyana (meditazione). Quando accade ciò stiamo facendo una pratica avanzata, sia che siamo in Tadasana sia che siamo in Titthibasana. Va bene cercare la progressione della propria pratica verso asana più difficili e “avanzate”. Ma può essere ancora più "avanzato" trovare progressi interiori nelle posizioni più semplici e non degne di meraviglia.


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